Attualità/Politica

Hugo Chávez annuncia una nuova operazione chirurgica ed investe Nicolas Maduro, come suo successore.

Di Fulvio Grimaldi

Hugo Chávez ha annunciato in televisione che deve subire un nuovo intervento chirurgico, per la presenza, nuovamente, di cellule tumorali maligne. Secondo la procedura costituzionale prevista in questi casi, ha chiesto al Parlamento ancora una volta, l’autorizzazione per assentarsi dal paese.

Il presidente venezuelano era partito per Cuba lo scorso 27 novembre per sottoporsi ad un trattamento iperbarico; ma, come ha specificato lo stesso presidente, durante approfonditi esami è emersa la presenza nuovamente di cellule tumorali maligne e quindi la necessità di un immediato intervento chirurgico.
Hugo Chávez sta lottando contro il cancro dal giugno del 2011 e fino ad oggi si era sempre mostrato profondamente ottimista di riuscire a vincere la battaglia contro il cancro. Questa volta, però, ha ammesso la possibilità di una sua inabilitazione permanente e per questo ha pubblicamente suggerito, come suo successore, Nicolas Maduro, recentemente nominato Vicepresidente della Repubblica e da oltre sei anni Ministro degli Esteri.
Hugo Chávez al centro; alla sinistra Disodado Cabello, presidente del Parlamento ed alla destra Maduro
Ora ha una voce e un sangue / ogni cosa che vive. Ora la terra e il cielo /
Sono un brivido forte, la speranza li torce, /  li sconvolge il mattino, /
li sommerge il tuo passo, / il tuo fiato d’aurora. / Sangue di primavera, /

tutta la terra trema / di un antico tremore. (Cesare Pavese, da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”)

Anima, nervi e pugno dell’America Latina
Questo il comunicato arrivatomi da Caracas la notte tra sabato e domenica. Stamane nessun giornale radio, nessun programma televisivo ha dato la notizia. Ghignando, stanno preparando il battage celebrativo dell’imminente decesso del più grande rompiscatole del sistema mondo dai tempi di Lenin e del Che Guevara. In contemporanea sfogheranno il livore accumulato alla vista di una trasformazione del Venezuela e di tutta l’America Latina in direzione opposta ai piani dei cannibali riuniti nella Cupola, dedicandosi con forsennato impegno alla consueta demonizzazione del nemico giusto, onesto e perlopiù vittorioso tra la sua gente. Di colui che, con la sua azione, con il Zeitgeist che ha saputo far scaturire nella parte migliore dell’anima collettiva, quella parte che ogni singolo governante occidentale, comunque si qualifichi, socialista, conservatore o moderato, cerca di sopprimere, ha cambiato le sorti di pezzi di umanità. Sentiremo parlare di un’esperienza che ha incendiato un continente già ridotto a volgo disperso che nome non ha e che ha seminato brace negli altri quattro, di un riscatto nel segno dell’interesse di tutti e ai danni di quello dei 40 ladroni. Ne sentiremo parlare come di una parentesi buia nell’unico cammino possibile verso le magnifiche sorti e progressive della fine capitalista della storia.

Da una sinistra deragliata e imbozzolata nel proprio ombelico, come da una destra  che conta di poter accantonare lo spavento subito all’affermarsi di un’alternativa per lei esiziale, si sprigionerà la consueta nebbia tossica a offuscare una luce che aveva frantumato il tunnel. Quel tunnel in cui i cannibali e i loro segugi da caccia pensavano di averci attirati e infilati tutti, agitando in fondo, dall’esterno, il loro cerino. Nella fetida unanimità destrorsa tra sinistrati autocastrati e supernazisti globali, sentiremo parlare del “caudillo” che stritolava la democrazia, del demagogo populista che, impedendo pacificazione sociale e progresso, avviava la sua gente al caos antistorico della lotta di classe per la dittatura socialista. Come Saddam, Gheddafi, Thomas Sankara, Lumumba, Guevara, Milosevic, i comunisti afghani, Hugo Chavez e il suo utopico progetto verranno seppelliti dalla  catechesi di “democrazia” e “diritti umani”. Poi dovrebbero entrare in funzione strumenti collaudati e pronti: “rivoluzioni colorate” e, non bastasse, paramilitari e terroristi, colpi di Stato o bombe.

A partire dal suo paese, sulla strada del socialismo per convinzione di massa, espresso nella libertà del confronto, in meno di tre lustri Chavez ha dato il contributo decisivo perché il continente latinoamericano conquistasse il più basso differenziale (spread per i burini) tra ricchi e poveri del mondo dal tempo in cui il ’17 ancora viveva. Trionfava una controtendenza al programmato trasferimento della ricchezza, addirittura della vita, dall’immenso basso al microscopico alto. Controtendenza che aveva trascinato con sé milioni di esseri viventi verso un assetto sociale in cui, per la prima volta nella loro secolare vicenda di  oppressione e abiezione, erano assurti a protagonisti. Camminando inizialmente nel solco tracciato da Chavez, democraticamente a parità di diritti con i loro seviziatori e predatori, gli esclusi, gli indigenti, i plebei, stavano sviluppando quella coscienza e quella forza che, nel tempo, quei  padroni “determinati dal destino” li avrebbe ridotti a fenomeno epigonale della vicenda umana.

Quando parliamo della nostra Costituzione come della migliore del mondo, non conosciamo quella che Chavez ha voluto per il Venezuela. Le leggi che ne sono scaturite, contrariamente a quanto succedeva da noi, quella Carta Magna l’hanno attuata ed esaltata, non napolitanamente rinnegata e tradita. E popoli a cui di quella luce arrivavano i riflessi, presero a scuotere e a rompere le catene, rispondendo, come i venezuelani all’indomani del colpo di Stato, con legittima e necessaria forza (violenza?), a chi tentava di rinsaldarle. E sono fioriti Bolivia, Ecuador, Nicaragua, in misura più cauta l’Argentina (in questi giorni sotto attacco della solita” rivoluzione colorata”) e, più contradditorio, il Brasile. E poi Uruguay, Paraguay, Honduras contaminati e rivoltati, momentaneamente ricuperati da golpe e intrighi imperialisti, ma ancora nel grande flusso dell’integrazione continentale nel comune destino, Nuestra America, voluto, più che dagli strumenti dell’Alba, del Mercosur, dell’Unasur, della Celac (Comunità degli Stati Sudamericani e dei Caraibi) da una volontà di massa consapevole del comune obiettivo e del suo ruolo nella battaglia planetaria per quello che Evo Morales chiamò il buen vivir.
Il comandante della rivoluzione, se rivoluzione è cambio di paradigma umano, subisce il terzo assalto di un male sospetto assai, visto che, guarda la coincidenza, colpisce protagonisti più o meno radicali del cambio: oltre al bersaglio grosso Chavez, Kirchner, Lula, Rousseff, Lugo. Governanti che dal modello Venezuela sono stati perlomeno sfiorati e condizionati. Coloro che si sono inventati mille metodi per annichilire e sfoltire l’umanità, dalla bomba atomica all’Agente Orange, dal napalm all’uranio 238, dal fosforo di Dresda a quello di Fallujah e Gaza, dal farmaco letale (ATZ) per un mai esistito virus dell’Aids, alle pandemie da vaccini terminator, dalla fame alla distruzione dell’habitat, dall’inquinamento chimico e farmaceutico degli organismi ai “disastri naturali”, dal chip per obliterare l’autonomia dei cervelli ai modi per modificare clima e fenomeni meteorologici, fino alle stragi terroristiche della propria gente, figurati se non avrebbero trovato il modo, come disse Chavez, di inoculare il cancro. Ma come sa chi la rivoluzione la vuole davvero fare, ne possono uccidere 10, 100, mille, 3 milioni come in Iraq, o 20 come in Congo, ma non li possono uccidere tutti. Specie se gli aggrediti sono state dotati di antidoto: consapevolezza della propria forza, dei propri diritti, della propria ideologia. Sono troppi e quegli altri sono troppo pochi. L’esito finale è determinato da questo dato.
Nel nostro evidenziare il ruolo decisivo svolto dai grandi personaggi, Fidel, il Che, Hugo, Raffael, Evo, ma anche Muammar e Saddam, che hanno saputo ispirare e guidare popoli, quelli del culto del “basso” ci hanno marchiato con lo stigma della “personalizzazione”, del caudillismo, del “culto della persona”, dell’ignorare che la storia la fanno le masse. Certo, la fanno le masse, ma di farla e come finora glie lo ha sempre detto l’avanguardia, fosse anche solo un unico Chavez. Anche perché ogni Chavez è inevitabilmente uno e plurimo. Del resto, ce ne muovono accusa proprio coloro  che, ogni due per tre, erigono monumenti e agitano turiboli a falsi idoli, tra l’altro in rapido ricambio. Pensate al “manifesto” e alle sue scuffie adolescenziali per D’Alema, Cofferati, Obama, i due farabutti Clinton, quel concentrato di falsità e populismo di Vendola, taumaturghi della controrivoluzione come Aung San Suu Kyi, Julia Timoshenko, Kostunica, Benazir Bhutto… Prendono comparse e figuranti per registi e attori. Quando entra in scena un protagonista che rovescia il copione, si stracciano le vesti democratiche. Lo hanno fatto con Chavez, come lo fanno, passando dall’epica alla commedia dell’arte, con Beppe Grillo.
Quando Hugo Chavez entrerà nel ricordo e nel patrimonio collettivo, domani, dopodomani, sarà scomparso il padre di una gigantesca figliolanza di giovani. Sarà lo stesso trauma che minaccia la frattura emotiva e psicologica nell’adolescente a cui venga meno il genitore, la guida, il riferimento. E si vedrà se l’educazione impartita si spegnerà in figli immaturi e pavidi, o si perpetuerà nella coscienza e azione di quelli che ne hanno assimilato la visione e il coraggio. Le fibre dell’animo e del corpo di Chavez, al di là di ogni carenza e incertezza (le hanno attraversato anche Lenin e Fidel), hanno dato ai popoli dell’America Latina, e non solo, le idee, lo spirito e l’audacia della rivoluzione. Sono diventati il tessuto connettivo di un organismo che raccoglieva i suoi arti, si alzava e marciava. Ascoltai, mescolato a un milione e mezzo di carachegni, il suo canto diventare uragano di tutte quelle voci, Nel cielo della Patria… Il coraggio, uno se non ce l’ha, se  lo può dare. Il fascino, il carisma, no.Dal basso, dal basso”, suona lo strepitio di coloro che formicolano nell’autocontemplazione, non avendo gli attributi per esprimere un’avanguardia. E, comunque, il processo bolivariano, che poi ha scatenato il “basso” ovunque giungesse, dal basso (ricordate il “Caracazo”?) era scaturito, ma si era riconosciuto in un alto dal quale ridiscendere, in uno scambio che diventava sinfonia e osmosi..La realtà del rivolgimento, nelle circostanze date, questo poneva, chiedeva, faceva.. Per quanto impotenti incartapecoriti strepitassero obsolete ortodossie.

Ho avuto la buena suerte di vivere, e malamente riprodurre in immagini e testimonianze, il decennio del riscatto latinoamericano. La deflagrazione in Argentina contro Usa, neoliberismo, FMI e i suoi avvoltoi bancari e multinazionali, con un popolo che era stato ridotto al 60% di morti di fame; la potenza delle masse che in Bolivia ed Ecuador, invadendo e occupando il luoghi del potere con la forza dei corpi, delle barricate e dei sassi, avevano sottratto ai tentacoli locali della piovra il controllo di politica ed economia; in Venezuela, una sollevazione di popolo che aveva annientato i golpisti yankee e, al costo di bruciare i mobili per nutrirsi e scaldarsi, aveva resistito allo stritolamento della serrata padronale lunga tre mesi, ricostruendo dal basso rapporti di proprietà, produzione e distribuzione come sostenuti dal leader e dalle leggi dei propri eletti. Ciò che ci rimane di quell’esperienza è il saperci navigare con le vele gonfiate dalla passione, dall’allegria, dall’integrità dell’intelligenza collettiva radunata sulla nave da quel capitano sul ponte di comando. Nell’equipaggio lumescevano i volti, anticamente nuovi e belli, degli autoctoni di ogni estrazione, degli uomini, donne, ragazzi latinoamericani in marcia, dei fratelli di Libia, Iraq, Siria, Afghanistan in resistenza, alla faccia delle bombe che li avrebbero schiantati. Sorriderle a pugni chiusi sarebbe rimasto nel DNA dei figli. Fanno una sola faccia, una sola razza. Credo che, domani, ci sarà sempre perfino un mozzo a saper mantenere la rotta.

A Hugo Chavez, sorriso di un futuro migliore che si va facendo presente, uomo dai chiari che dissolvono gli scuri, suoi e nostri, spina nel tallone vulnerabile del Leviatano, tutti i miei auguri, tutto il mio amore. Amore senile, ma senza rughe, ma sempre amore. E perdonate la retorica.

Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.it
Link: http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2012/12/verra-la-vita-e-avra-i-tuoi-occhi.html

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