Economia

“UN POPOLO CHE NON SI INDEBITA, FA RABBIA AGLI USURAI”

da M. Blondet, Effedieffe.com

Nel seguito alcuni estratti da un articolo di Maurizio Blondet,  Quando il debito è troppo, non si paga,  apparso su Effedieffe.com
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(…) Se gli Stati europei del Sud hanno «bisogno» di indebitarsi, i creditori e la finanza ha «bisogno» di indebitare; chi ha masse di liquidità enormi come quelle in circolo attualmente, ha necessità di investire le per ricavarne interessi. Non può farne a meno. La finanza non può fare a meno di estrarre dal lavoro umano il suo prelievo e tributo; e lo fa prestando. Anche in questo senso Ezra Pound scrisse: «Un popolo che non s’indebita fa rabbia agli usurai».

Il giorno in cui uscissimo dall’euro e tornassimo alla liretta, ovviamente in concomitanza ripudiando (o ristrutturando) il debito pubblico, agli occhi dei prestatori internazionali – che hanno bisogno di «impiegare» i fondi – torneremmo competitivi, con prospettive di crescita (che ora l’euro forte e l’austerità ci toglie), e dunque «i mercati» farebbero la fila per prestarci denaro, per indebitarci di nuovo, a nuove condizioni. Il problema sarebbe rifiutare di indebitarci troppo alla svelta di nuovo. Con la classe politica che abbiamo, e con i milioni di parassiti pubblici in attesa di aumenti automatici di stipendio, è questo il problema da risolvere. Non certo quello di avere denaro in prestito per i nostri Bot, BTP e per le nostre aziende – se tornano competitive.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, i Paesi europei affondavano nei debiti contratti con gli Stati Uniti. Debiti stratosferici, che costituivano palle al piede anzi macine da mulino per le economie. Per anni, Italia Francia e Regno Unito pagarono al creditore miliardi di interessi e quote del debito.
Ad un certo punto, nei primi anni ’30, Washington condonò i debiti di guerra degli alleati. La cifra che rinunciò a reclamare dal debitore Italia era enorme, pari al 19% del nostro Prodotto interno lordo di allora; alla Francia, condonò il 22% del Pil; alla Gran Bretagna, addirittura il 25%. È come se i creditori ci condonassero, oggi, circa 300 miliardi di euro. Inoltre, Washington ridusse le proprie pretese sulle riparazioni di guerra richieste alla Germania sconfitta dal Trattato di Versailles.

Perché lo fecero gli americani? Perché erano altruisti? Erano diventati buoni samaritani? No. Lo fecero a loro proprio vantaggio. Per tre motivi: primo, il peso del debito nelle nazioni europee le schiacciava, l’immane prelievo (interessi più ratei) sottraeva risorse alle loro economie (investimenti, commercio e consumi), che segnavano il passo o erano in recessione, sicché anche la finanza americana non aveva più niente da guadagnare da una simile paralisi. Secondo: in ogni caso, presto o tardi gli Stati ultra-indebitati avrebbero fatto default e ripudiato il debito, sicché la superpotenza creditrice e la sua finanza avrebbero comunque subito una perdita maggiore. Terzo (ma non ultimo), la finanza americana aveva già lucrato abbastanza dal decennio di interessi riscossi, per poter essere generosa. Si aggiunga che gli stessi Stati Uniti imposero ai propri creditori una sforbiciata sul loro debito, quando uscirono dal Gold Standard: un alleviamento pari al 16% del Pil americano.

La «generosità» serviva – come il condono dei debiti, il Giubileo, prescritto nella Bibbia – a rimettere in moto il gioco economico-finanziario. Le pedine rimesse alle caselle di partenza, i debitori tornavano a potersi indebitare, e ricominciava la partita.

È proprio quello che due economisti di Harvard, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, in uno studio per il Fondo Monetario, consigliano all’Europa: una serie di generose sforbiciate ai debiti pubblici, ristrutturazioni concordate, «condoni stile anni ’30». I debiti dei Paesi europei – anzi di tutti i Paesi sviluppati – dicono i due professori, sono ad un livello mai visto nei due secoli precedenti. Non v’è alcuna possibilità che tale debito venga onorato.
Tutte le economie avanzate sono stra-indebitate: fra pubblico e privato, il loro debito supera il 250% del Pil; le economie emergenti al contrario stanno riducendo il loro debito.

Il denaro in prestito irriga gli investimenti e i consumi, e dunque favorisce la crescita, fino ad un certo livello (che i due economisti valutano attorno al 90% del Pil); quando il denaro prestato supera quella soglia, al contrario, ostacola la crescita, la rallenta e infine la impedisce. È nell’interesse dei creditori, a quel punto, accettare una ristrutturazione del debito, per rimettere in moto il motore collettivo.

Il consiglio dei due professori è rivolto sostanzialmente allo Stato creditore, la Germania coi suoi satelliti. «La dimensione del debito mostra che occorre una ristrutturazione, per esempio nei periferici europei, ma non se ne discute». I creditori (leggi: Germania) continuano a pensare «ottimisticamente» che i Paesi indebitati possono essere costretti ad onorare il debito, traendo le risorse da profondi tagli della propria spesa pubblica e privata (austerità), senza ripudiare il debito né altre misure che «ridurrebbero la loro credibilità» come debitori.

Ma invece, come si vede, l’insistenza del creditore nell’esigere austerità, la sua ostinazione nel vedersi pagati i ratei e gli interessi, allo stesso tempo impedendo lo «stimolo monetario» (la stampa di euro dalla BCE), porta a questo risultato: che per i paesi periferici il debito, anziché calare, cresce rispetto al Pil (perché questo cala); la loro credibilità presso i mercati è a terra; la possibilità che gli stati più vulnerabili finiscano per fare default è aggravata dal fatto che, non avendo più le loro monete sovrane, «si trovano nelle stesse condizioni in cui si indebitarono in dollari negli anni 1980-90»; come l’Argentina, che doveva ripagare i debiti in una moneta che doveva guadagnarsi con le proprie esportazioni, svendendole. E non ce la fece comunque.

La Germania farebbe meglio ad accettare grosse riduzioni dei debiti in un colpo solo, accettandone le perdite, anziché tirare in lungo con aggiustamenti e «tolleranze» che non risolvono il problema.

Anche se aderisse a qualche mutualizzazione del debito europeo (cosa che non vuole) la Germania non farebbe che dissanguare la sua economia. Meglio «una botta e via»: fallimenti e poi si ricomincia.

Ostacolare tale soluzione, come fanno i tedeschi, finirà per aggravare anche loro, il loro indebitamento e la loro propria crisi demografica. Certo è dura per i creditori, specie se sono di vedute ristrette (o se sono creditori poveri, come i pensionati o i piccoli risparmiatori): ma quando il debito è al livello mai raggiunto negli ultimi 200 anni, non c’è altra cura da accettare che questa: default, più alta inflazione e persino tasse sui risparmi. Già perché tutta la cura consiste, in fondo, in una confisca parziale dei risparmi, magari non con prelievo fiscale diretto e palese, ma con inflazione non compensata da interessi in crescita. Anche così i Paesi si liberarono del debito enorme accumulato nella seconda guerra mondiale: in Italia, per vari anni dopo il conflitto, i tassi d’interesse reali furono negativi per -5%; in Gran Bretagna (ed Usa) fra il -2 e il -4%.

(…) Non credo che dovremmo soffrire di ritorsioni o penuria di credito se uscissimo dall’euro e riducessimo i nostri debiti. La cosa si ridurrebbe ad una ridistribuzione: all’interno, sarebbero penalizzati pensionati e detentori di risparmi («i vecchi») ma ad avvantaggiarsene sarebbe «i giovani», liberati dalla macina da mulino del debito da «servire», e pronti a ricominciare. Personalmente, io ne sarei danneggiato; ma il prezzo mi pare degno di essere pagato, per la rinascita dell’Italia e delle speranze delle generazioni nuove.

Ciò che non è degno, è venire tosati e indebitati per pagare gli stipendi a questa cosiddetta classe dirigente. Perché questo è il punto: una volta liberatici dell’euro e del debito, non ci siamo liberati delle categorie che hanno prodotto questo indebitamento. E che ci indebiterebbero ancora per le «spese correnti», ossia per stipendiare se stessi e le proprie lobbies e cosche che li tengono al potere, pagandosi con soldi che non hanno, perché l’economia non li produce. In una parola: lorsignori che vivono al disopra dei nostri mezzi, e che – come dimostrano – non hanno alcuna intenzione di ridurre il loro «stile di vita».

(…) Ogni nuovo governo fa rimpiangere il vecchio. Il governo Monti, preso dalle università (e dalla Bocconi) doveva essere il meglio del meglio; oggi possiamo dire che al confronto, il ministro Tremonti giganteggia sullo sfondo della storia; anzi persino Prodi sembra un titano. Il governo Letta con Carrozza, Saccomanni e Kienge, fa rimpiangere Monti e la Fornero. Il tragico (o tragicomico) è che non ci sono più settori dai quali pescare personale tecnico-politico decente, minimamente all’altezza della dimensione della crisi. Il sospetto complottista che questi siano stati scelti così dall’eurocrazia, dalla BCE e dai tedeschi per eseguire i loro ordini, non giustifica nulla: credo che persino i tedeschi siano stupefatti di come Monti, Letta, Saccomanni siano scemi. Volevano esecutori, ma appena appena intelligenti e di carattere. Questi non lo sono.

 

  

(…) Qualche giorno fa, il 7 gennaio, su Libero, l’ottimo Franco Bechis ha rivelato che i dirigenti della Presidenza del Consiglio (un ufficio con centinaia di dipendenti) si sono dati aumenti del 30% negli ultimi due anni, anni in cui gli altri italiani hanno visto diminuire le paghe o non riceverle più). Ben 54 dirigenti che nel novembre 2011 prendevano 140-150 mila euro annui , nel novembre 2013, ne percepiscono 180-200 mila e passa. E siccome sono 54, costano a coi contribuenti praticamente 10 milioni l’anno; senza contare i dirigenti di seconda fascia, passati da 73 a 88 mila euro annui. E non oso pensare alla quantità di dipendenti che un così gran numero di dirigenti deve avere sotto di sé: tutto nella sola presidenza del Consiglio.

Ebbene: un ingenuo poteva aspettarsi una risposta dal presidente del Consiglio attuale, tale Letta. Una promessa di correre a ridurre quegli aumenti fastosi e del tutto ingiustificati. Di rimediare alla spesa scandalosa. Macché. Niente. Silenzio. E impunito.

Perché impunità? Ma perché gli italiani non hanno inscenato manifestazioni contro questo scandalo? (…) Non hanno agitato le manette, come fecero quando amarono tanto Di Pietro, e gli diedero fiducia. Né sono scesi in piazza in 300 mila come fu per Grillo; e i sondaggi dicono che mantengono la loro fiducia nel Cavaliere… cosa volete farci. Vi siete voluti questa classe dirigente, questi magistrati, questi docenti universitari e no, questi stipendiati da sogno mentre a voi tolgono le pensioni e i salari privati.

Possiamo anche uscire dall’euro, e sarebbe già un po’ di respiro; ma se teniamo questa classe dirigente predona, avida, ignorante e stupida – che ci piace così – non sarà che un sollievo temporaneo.

di M. Blondet
fonte: http://effedieffe.com/index.php/content/section/7466/images/stories/foto2009/%20http:/effedieffeshop.com/plugins/system/jceutilities/themes/standard/css/components/com_myblog/templates/effedieffe/images/stories/foto2009/index.php?option=com_content&view=article&id=280718:quando-il-debito-e-troppo-non-si-paga-&catid=83:free&Itemid=100021

Link: http://thelivingspirits.net/php/articolo.php?lingua=ita&id_articolo=779&id_categoria=12&id_sottocategoria=20

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